Editoriale Ebner 1Il telelavoro


"Il governo ha approvato in questi giorni le norme per il lavoro «agile». Dietro tale termine non si nasconde nulla di particolare. Si tratta di un mix tra lavoro in azienda e telelavoro. Fa comunque parte della strategia comunicativa di Palazzo Chigi il fatto di inventarsi moderne terminologie. Si cerca così di far passare, nel caso specifico, l'idea di una forma di lavoro nuova, dinamica, per persone «agili» e impegnate. Tra i possibili settori si cita esplicitamente anche la pubblica amministrazione": così il segretario Alfred Ebner sul Corriere dell'Alto Adige di oggi.

In realtà non si tratta però di un progetto particolarmente originale. Si riprendono esperienze consolidate a livello europeo, soprattutto in alcune grosse aziende tedesche come la Telekom. In Olanda, invece, è entrata in vigore a inizio anno una legge che rende il telelavoro addirittura esigibile da parte del dipendente nelle aziende con più di dieci occupati. Rimangono esclusi solo i lavori in cui la presenza di personale è indispensabile per motivi contingenti, ad esempio per le pulizie, poiché il dipendente non potrà certo lavare i vetri da casa.
Vista la digitalizzazione delle aziende con la possibilità di svolgere sempre più lavori fuori da esse, il telelavoro è ovunque in espansione. Spesso, come in Olanda, sono le aziende a opporsi alle leggi che prevedono la possibilità di scelta del singolo con l'obbligo di motivare un eventuale diniego. Le imprese giustificano tale fatto con la scusa che la materia è già disciplinata dal contratto, il quale dà però al singolo meno garanzie.
Secondo Eurostat, nel 2014, l'8,1 per cento dei dipendenti olandesi svolgevano il telelavoro, in Germania il 7,4%, mentre la media europea è al 10,1 %. Sono in cima alla graduatoria l'Islanda con il 32,4% e la Svezia con il 26,3%, mentre l'Italia con l'1,4% è poco sopra la Romania e solo in Germania il numero di simili contratti è in calo.
Nonostante l'aumento di richieste da parte dei dipendenti, vanno valutati però alcuni aspetti. Il telelavoro permette certamente di conciliare meglio le esigenze familiari e personali. Agevola la conciliazione tra lavoro ed educazione dei figli e cura per gli anziani, evitando gli spostamenti casa-lavoro. Visto che si tratta inoltre di un'occupazione regolare, con l'unica eccezione di essere svolta fuori dall'azienda, vanno garantiti i contratti, i diritti e le tutele. Così come rimane poi in capo al datore di lavoro l'obbligo di mettere a disposizione attrezzature adeguate assicurando la sicurezza, anche se qui vedo qualche problema pratico.
A livello aziendale ci sono poi parecchi studi, seppur contraddittori, sulla produttività del dipendente quando impiegato fuori dall'impresa. Quasi tutti evidenziano come l'idea del lavoratore che sfrutta la situazione non corrisponda a verità. Inizialmente la produttività non diminuisce ma aumenta, tornando dopo pochi giorni più o meno nella norma. Probabilmente conciliare lavoro e famiglia non è comunque sempre facile e la difficoltà a trovare un posto tranquillo a casa incide negativamente sulla produttività. Sono però evidenze più empiriche che scientifiche, perché legate soprattutto al singolo, e non dimostrano comunque alcun calo di produttività per le aziende.
Il rischio maggiore per il singolo è legato all'incapacità organizzativa. Il telelavoro va imparato. Non dobbiamo mai dimenticare che con i moderni mezzi digitali la raggiungibilità va ben oltre il normale orario lavorativo. Dalle statistiche emerge che, in altri Paesi, molti lavoratori, a causa delle difficoltà nell'organizzarsi, finiscono spesso nella trappola dello sfruttamento con impegni festivi e notturni ben oltre la norma. Servono allora regole e norme chiare per evitare che il dipendente, di fatto, non stacchi quasi mai. Varie aziende tedesche già adesso tolgono i dipendenti dai propri server durante ferie e riposi. Regole precise su sicurezza e salute sul posto di lavoro casalingo rivestono, pertanto, un ruolo chiave per evitare stress psicologico e isolamento. Molti «telelavoristi» hanno denunciato di sentire la mancanza dei colleghi. Per le aziende poi aumenta il rischio di uno scarso legame del dipendente stesso con l'impresa. In molti, infatti, hanno affermato che quando si presentano nella propria struttura si sentono come degli estranei.
Bloccare simili forme di lavoro è impossibile, non ultimo perché la sua diffusione rientra spesso nel reciproco interesse. Il lavoro «agile» non va perciò né demonizzato né glorificato. La digitalizzazione procede con passi da gigante e si ipotizza ormai una nuova rivoluzione nel modo di produrre, che porta il suggestivo nome di industria 4.0. Il telelavoro è però una sfida per il sindacato, perché individualizza ulteriormente il mondo occupazionale. La solidarietà tra i lavoratori, vero motore sindacale, ne risentirà in maniera forte. Stare a casa, spesso isolati davanti a un computer e collegati a internet, è già oggi un problema sociale nella vita di tutti i giorni. Se rientra pure nella sfera lavorativa, la vita sociale e la partecipazione alle tematiche politiche saranno sicuramente diverse.
I social network e le altre piattaforme informatiche diventeranno per il sindacato un'ulteriore sfida per avvicinare i lavoratori. Negoziare i termini e le condizioni di lavoro attraverso i contratti collettivi nazionali e con il supporto della legge è, di fronte a simili scenari, un orizzonte nuovo per tutti. Sarà comunque sempre più difficile lottare con i mezzi tradizionali per contratti dignitosi. Ma, se non saremo all'altezza, diventerà arduo distinguere tra lavoro e tempo libero, tra lavoro e sfruttamento.

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