Ebner CorriereSindacato: ripartire dalla partecipazione

"Il sindacato inverta la rotta": così il segretario della Cgil-Agb, Alfred Ebner, sul Corriere dell'Alto Adige. Il sindacato si è indebolito e fatica a incidere sulle scelte utili a migliorare le condizioni dei lavoratori. Ora bisogna invertire rotta senza però perdere di vista i servizi. Ormai quotidianamente qualcuno si assurge a ricercatore o opinionista per dire che il sindacato è fuori dalla storia, che i lavoratori non lo seguono più, o peggio ancora, che è percettore di ingenti risorse pubbliche e fatto da persone baciate dal sistema pensionistico.

Una buona fetta di cittadini sembra convinta che senza sindacato le cose andrebbero addirittura meglio. Sono affermazioni legittime, anche se come tutte le opinioni, molto soggettive. Andrebbe poi valutato con attenzione come vengono poste le domande, considerando anche le ricerche dell'Astat, che non erano poi così negative. Da una parte abbiamo la valutazione sull'organizzazione, un'entità meno vissuta dai lavoratori e dai pensionati, e dall'altra le persone che vi operano. E se chiedessimo un parere a chi si è rivolto al Patronato o al Caaf in cerca di aiuto, il quadro probabilmente cambierebbe in maniera radicale.
Non si possono però negare una serie di difficoltà che derivano dall'evoluzione del mercato del lavoro, dalle condizioni di vita sui posti di lavoro, dalle difficoltà di rinnovare i contratti e dal welfare sempre più sotto tensione. Il lavoro si è diviso e frantumato, la precarietà avanza e la logica dell'austerity ha intaccato salari, pensioni e il welfare in generale. Il tema, dunque, è quello della difesa dello stato sociale e la ricomposizione del lavoro dentro un'economia, dove la finanza e le multinazionali non hanno più territorialità. Si tratta sicuramente di condizioni non ottimali per il sindacato, che ha bisogno della solidarietà nel mondo del lavoro. Il lavoratore oggi sempre più spesso si sente imprenditore di se stesso, sfruttatore e sfruttato in un'unica persona. Ognuno è convinto di essere responsabile del proprio destino e che sia compito del singolo riuscire ad affermarsi. Questo ovviamente pone il problema su quale strategia puntare per continuare a essere un'organizzazione di massa che rappresenti appieno il mondo del lavoro e dei pensionati. Per fortuna la solidarietà non è ancora sepolta. Lo dimostrano le numerose persone che operano nel volontariato a favore dei bisognosi. Tra questi ci sono anche tanti giovani, per cui il potenziale per costruire una nuova consapevolezza politica e sindacale è ancora presente.
Questo non significa che il sindacato possa solo aspettare che questo mutamento si realizzi da solo. Il sindacato deve muoversi a sua volta, lasciando alle spalle i facili slogan e recuperare forza partendo dal basso, cercando di capire i bisogni delle persone, trovare obiettivi chiari da realizzare e da contrattare con un linguaggio efficace. Così sarà possibile recuperare rappresentatività sui temi classici del sindacato come salari e stipendi, pensioni, condizioni di lavoro, precariato e via dicendo. Le risposte, però, devono più che in passato coinvolgere tutti, lavoratori e pensionati, giovani e donne, persone con contratti stabili e precari.
Detto questo, sarebbe però sbagliato chiedersi dove era il sindacato in questi anni. Molto lavoro è stato fatto, anche se si può discutere sui risultati ottenuti. La domanda semmai è se la colpa sia unicamente da addurre a un ambiente poco favorevole o se anche il sindacato abbia qualche problema. La risposta non è semplice. Un possibile approccio sta nel fatto di essere un'associazione che rappresenta degli interessi per cui, secondo logiche comprensibili, sarà sempre tentata a difendere gli interessi di chi aderisce all'organizzazione. Essa si è rafforzata potenziando la capacità di dare risposte a chi è già organizzato o a chi si avvicina al sindacato. Puntando sui servizi sono aumentati gli iscritti, ma, di pari passo, è diminuita la capacità di incidere sulle scelte economiche e sociali, sul futuro sviluppo dell'ambiente e sulla politica. In parole povere si è indebolita la capacità di incidere sulle scelte utili a migliorare le condizioni di vita e di lavoro di coloro che il sindacato vuole rappresentare. Su questo fronte bisogna ora lavorare per invertire la rotta, ma senza perdere di vista i servizi, perché se è fondamentale garantire al cittadino i diritti, è altrettanto importante conquistarli. Questo anche per rendere il sindacato meno vulnerabile ai ricatti della politica che deriva dalla possibilità dell'esecutivo di affidare e di finanziare il lavoro svolto a favore delle amministrazioni pubbliche. Neppure i tentativi di colpire con i tagli sono una novità. La sfida da affrontare è come aprire e allargare il raggio d'azione per rappresentare anche quel mondo sempre più vasto, che spesso sfugge alle scelte sindacali e che ha esigenze che non sempre sono risolvibili con le strategie tradizionali. Sarà inoltre necessario allargare anche a gruppi d'interesse, che stanno a fianco dell'organizzazione, o anche fuori da essa, e che perseguono obiettivi identici o simili a quelli del sindacato e che sono sentiti da una comunità, un territorio, un gruppo di cittadini. Il problema semmai è trovare un punto di equilibrio tra essere un'organizzazione e stare all'interno di un movimento.
Infine, il tema del territorio in senso largo non è solo una riflessione organizzativa, ma è il punto di partenza per ritrovarsi e per partecipare, perché il sindacato per perdurare come organizzazione di massa deve misurarsi col cambiamento, assicurando partecipazione e discussione. Deve imparare ad ascoltare e non a calare dall'alto le decisioni. Significa uscire dalle tane, dalle incertezze e giocare sullo stesso territorio, per cui confederazione, categorie e servizi devono collaborare in sinergia, lasciando alle spalle l'eccessiva burocratizzazione e verticalizzazione dell'organizzazione. Sono sfide enormi che la Cgil ha lanciato con la conferenza dell'organizzazione e che la vedrà impegnata nei prossimi anni.

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