Ebner camiciaAccordi commerciali, prospettive inquietanti


"Migliorare gli scambi commerciali non è un fatto negativo. Preoccupa una prospettiva in cui la democrazia viene scavalcata dalle multinazionali". Lo afferma il segretario della Cgil-Agb, Alfred Ebner (foto) nel suo intervento sul Corriere dell'Alto Adige di oggi. Sull'argomento del Ttip la Cgil-Agb organizza una tavola rotonda, mercoledì 9 settembre, dalle 9 alle 12.30, all'Eurac di Bolzano.

Il 10 ottobre un folto gruppo di organizzazioni, tra le quali anche il Dgb, manifesterà a Berlino contro il Ttip e la Ceta. Dietro queste sigle non si nasconde altro che un futuro accordo di libero scambio commerciale tra gli Usa e la Comunità europea (Ttip) e tra Europa e Canada (Ceta). Sono progetti nati molti anni fa e che ora sembrano entrati nella fase conclusiva. Come noto a molti sono discussioni controverse, anche per il possibile impatto sull'economia mondiale visto la somma del Pil di Stati Uniti e Unione Europea, che è circa il 45 per cento di quello mondiale. Economicamente l'accordo dovrebbe garantire 545 euro l'anno in più per ogni famiglia in Europa. Sono stime nate da studi fatti da società legate al mondo bancario, per cui ho dei seri dubbi sulla loro veridicità. Tra l'altro sono valori da raggiungere nell'arco di un decennio e condizionati da troppe variabili.
Migliorare lo scambio commerciale non è un fatto negativo se l'obiettivo è quello di garantire regole più corrette nei rapporti bilaterali, con l'obiettivo di aumentare il benessere a strati di popolazione crescenti, il miglioramento degli standard sociali ed ecologici e la creazione di condizioni di lavoro migliori.
In verità le trattative sono coperte da segreto e per nulla trasparenti. Solo a scoppio ritardato escono documenti ufficiali e ufficiosi per di più pubblicati dai mass media. Questo fa aumentare il sospetto, che si esclude volutamente l'opinione pubblica, viste alcune materie spinose come la carne con ormoni, derrate alimentari prodotte con organismi modificati geneticamente e polli al cloro, incompatibili con l'attuale legislazione europea e che avrebbero un impatto molto negativo sui nostri concittadini.
Ci sono poi altri problemi non meno importanti. Per evitare una competizione tra Stati e imprese, basate sull'elusione delle regole oggi in vigore nei singoli paesi, va imposta la scelta di non diminuire i diritti dei lavoratori, dei consumatori e del sistema di protezione sociale. Nel futuro accordo queste regole andrebbero potenziate, migliorate e non ridotte. Sulla fattibilità di questa richiesta ho seri dubbi, visto le esperienze non molto positive a livello comunitario su diritto del lavoro e welfare.
I negoziati sono poi orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici, anteponendo per norma il privato al pubblico. In questo modo si rischia la loro scomparsa progressiva. Settori come l'acqua, l'elettricità, l'educazione, l'assistenza e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza.
Nulla contro l'eliminazione di dazi doganali, circostanza che potrebbe sicuramente rafforzare lo scambio di merci tra i singoli Paesi. Il loro importo, visto singolarmente, oggi non è neppure altissimo. Il volume d'affari però, - lo scambio quotidiano tra le due economie corrisponde a due miliardi di euro al giorno – produrrebbe sicuramente risparmi consistenti, ma anche perdite per le casse pubbliche e non è per nulla chiaro come compensarle, se non aggravando i bilanci pubblici.
Togliere altre limitazioni non tariffarie oggi esistenti è un altro punto delicato, da definire prima della ratifica dell'eventuale accordo, perché è alto il rischio di abbassare le garanzie e le tutele. Un riconoscimento reciproco delle procedure di valutazione e di autorizzazione non può in nessuna maniera scavalcare le competenze dei Parlamenti nella definizione degli standard richiesti. Qui il pensiero corre automaticamente alla legislazione europea che prevede meccanismi preventivi, mentre negli Usa la valutazione viene fatta in un secondo momento e come garanzia richiama in causa i produttori su eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto. Sono due concetti molto diversi che non possiamo lasciare in sospeso.
Dal punto di vista strettamente sindacale siamo contro una limitazione dell'autonomia contrattuale e delle tutele dei lavoratori. In materia di mercato del lavoro, delle tutele sociali, del diritto di sciopero, del salario minimo e delle pensioni devono decidere anche in futuro i Parlamenti nazionali e non possono essere chiamati in causa perché "limitano il libero scambio" e deve valere per le regole attuali, ma anche per quelle future.
Questo riveste una particolare importanza perché, come ventilato nell'accordo, le multinazionali pare che possano in futuro scavalcare i Parlamenti e aprirsi il mercato a loro piacimento. E questa è una questione inaccettabile. Prevedere soltanto la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi contro lo Stato destinatario dell'investimento estero è uno schiaffo alla democrazia. Le aziende potrebbero ricorrere, ad esempio, contro le politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza, del lavoro e della previdenza, attivate nei singoli Paesi, se la legislazione di un Paese in materia riducesse i possibili futuri profitti. La democrazia scavalcata delle multinazionali è uno scenario che dovrebbe mettere sulle barricate tutte le persone.
Oggi nulla è scontato e la mancanza di trasparenza è una dei problemi maggiori. Preoccupa poi il sostanziale silenzio nell'opinione pubblica italiana. Per questo servono campagne informative per far prendere coscienza e per coinvolgere attivamente i cittadini. Soprattutto in quest'ottica la Cgil-Agb organizza una tavola rotonda su questo delicato argomento, mercoledì 9 settembre all'Eurac di Bolzano.

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